La settimana del ricordo

L’esplorazione spaziale è l’impresa più complessa e difficile mai tentata dall’umanità. Ed è quindi anche una delle più rischiose, come testimoniano i molti incidenti di percorso che sono avvenuti nella storia. Molti sono stati semplici contrattempi, altri sono costati miliardi di dollari, ma alcuni purtroppo hanno causato anche la perdita di vite umane.

Sono tre i grandi incidenti che vengono ricordati dalla NASA nel suo “Memorial Day”, che cade sempre l’ultimo giovedì di gennaio. Il fato ha voluto che accadessero tutti nella stessa settimana del calendario, nonostante siano separati da interi decenni. Si tratta dell’incendio della capsula Apollo 1, dell’esplosione del Challenger e della perdita al rientro del Columbia, del quale oggi cade il ventesimo anniversario. Dopotutto errare è umano, ed è proprio tramite l’errore che possiamo imparare e progredire, andando oltre i nostri limiti e le nostre conoscenze.

Primo incidente

Il primo incidente in ordine cronologico è quello occorso il 27 gennaio 1967 alla missione Apollo 1. All’epoca non si chiamava ancora in questo modo, e non era neanche un lancio spaziale. I tre astronauti Virgil “Gus” Grissom, Edward White e Roger Chaffee si trovavano all’interno di una capsula Apollo, collocata in cima a un razzo Saturn 1B… completamente vuoto.

I tre astronauti stavano infatti compiendo una lunga serie di test sul veicolo e sulla sua integrazione con il razzo, in vista dell’imminente primo lancio con equipaggio umano del programma che avrebbe portato gli uomini sulla Luna: Apollo. Dopo cinque ore di test, dalla capsula risuonò la parola che nessun astronauta vorrebbe sentire: “Fire!”, fuoco. Un filo scoperto aveva causato una scintilla, che a sua volta innescò la combustione delle materie plastiche dell’abitacolo. Il tutto fu facilitato dall’atmosfera di ossigeno puro che veniva impiegata all’epoca nelle capsule.

Ogni tentativo di salvare i tre astronauti fu vano e l’equipaggio morì di asfissia a causa del monossido di carbonio dopo pochi secondi. Il portellone si apriva solo verso l’interno, e l’aumento della pressione a causa dell’incendio lo aveva praticamente sigillato. L’indagine successiva rivelò molti difetti progettuali nella capsula e nei materiali utilizzati, nonché le pratiche scorrette o pericolose (come l’atmosfera di ossigeno puro e l’usura dei fili elettrici a causa delle continue aperture e chiusure del portellone durante i test). La capsula Apollo fu praticamente riprogettata, ed ecco che nemmeno due anni e mezzo dopo, a luglio del 1969, Apollo 11 sbarcava sulla Luna. In memoria ai tre astronauti la loro missione di test, AS-204, venne ribattezzata Apollo 1. Sul luogo dell’incidente ora c’è una placca, con i nomi degli astronauti e la famosa citazione: “Ad astra, per aspera”.

Secondo incidente

Il secondo incidente è quello avvenuto il 28 gennaio del 1986 allo Space Shuttle Challenger. La navetta era completamente diversa da Apollo e il suo Saturn 1B. Grazie alla sua baia di carico poteva lanciare in orbita carichi colossali, come i moduli della Stazione Spaziale Internazionale o il telescopio spaziale Hubble, e grazie alla sua manovrabilità poteva andare a fare manutenzione a questi satelliti, financo riportarli a terra! In più era pure riutilizzabile.

La missione del Challenger, la venticinquesima del programma, aveva come obiettivo il lancio di un paio di satelliti e l’inclusione di un insegnante civile tra i sette membri dell’equipaggio, in seno al programma Teacher in Space: la maestra Christa McAuliffe. L’equipaggio avrebbe realizzato e trasmesso in tutto il mondo delle osservazioni della Cometa di Halley direttamente dall’orbita.

La mattina del lancio il clima era particolarmente freddo, tanto che il personale di terra aveva notato la formazione di ghiaccioli sulla torre di lancio. Il decollo avvenne alla perfezione, ma lo Shuttle non andò lontano. 73 secondi dopo la partenza, a una quota di 29 km e sotto agli occhi di 41 milioni di spettatori, l’orbiter semplicemente si disintegrò. Si pensa che l’equipaggio possa essere sopravvissuto, almeno in parte, alla brusca decelerazione, visto che l’abitacolo si separò per intero dal corpo della navicella in frantumi. Tale componente però era sprovvista di paracadute, e qualche minuto dopo colpì a oltre 300 km/h la superficie dell’oceano, uccidendo sul colpo gli eventuali sopravvissuti.

Per mesi i dati vennero setacciati dalla commissione d’inchiesta, e infine si determinò che l’esplosione fu dovuta al malfunzionamento di una guarnizione, un o-ring di gomma, nel booster destro. La colpa è nelle rigide temperature del lancio: in tali condizioni la gomma diventa fragile come vetro. I gas incandescenti nel booster aggirarono e distrussero il sigillo tra le sezioni, e perforarono il serbatoio esterno di idrogeno e ossigeno liquido (quello arancione), causandone l’esplosione. Il Challenger, che in quel momento si stava muovendo a 2200 km/h a 15 km di quota, venne fatto a pezzi dall’attrito aerodinamico. I due booster continuarono il loro volo, finché non furono detonati da remoto.

Gli Shuttle rimasero a Terra per oltre due anni, mentre la NASA rivedeva tutte le sue procedure decisionali e riprogettava i booster laterali. Finalmente a settembre del 1988 il programma riprese, con il lancio del Discovery.

Terzo incidente

Diciassette anni più tardi fu la volta del terzo grande incidente, ancora una volta a scapito di uno Space Shuttle. Il 1° febbraio del 2003, esattamente venti anni fa, il Columbia si disintegrò durante il suo rientro a Terra, uccidendo i sette astronauti dell’equipaggio tra cui il primo di nazionalità israeliana, Ilan Ramon. La missione del Columbia, la 113esima del programma Shuttle, era stata fino a quel momento un successo completo. La navicella aveva portato in orbita lo SPACEHAB, un modulo integrato nella baia di carico per lo svolgimento di svariati esperimenti in condizioni di microgravità. L’unica nota negativa era stata il distacco, a 82 secondi dal decollo, di un blocco di schiuma isolante dal serbatoio esterno, il quale aveva colpito un’ala dell’orbiter. L’evento era accaduto già in cinque missioni precedenti e non aveva mai generato preoccupazione, motivo per cui le tre richieste di analizzare il danno furono ignorate. La NASA stava operando involontariamente la “normalizzazione della devianza“, un processo cognitivo in cui una pratica rischiosa viene considerata come normale se non causa immediatamente danni

Stavolta però l’urto aveva danneggiato lo scudo termico dello Shuttle. Durante il rientro i gas atmosferici incandescenti iniziarono a penetrare nell’ala, distruggendo lo scudo. Alle 8:59, 45 minuti dopo l’inizio del rientro e 15 minuti dopo il primo contatto con l’atmosfera, lo Shuttle si disintegrò nei cieli del Texas. Una nuova tragedia evitabile si era abbattuta sulla NASA. La commissione d’indagine rilevò infatti profondi problemi organizzativi all’interno dell’agenzia. La struttura dei processi decisionali era viziata al punto che una compromissione della sicurezza era inevitabile, indipendentemente da chi fosse al comando. In pratica l’agenzia non aveva imparato a sufficienza dal Challenger.

Anche stavolta gli Shuttle rimasero a terra per due anni e mezzo, mentre l’intero programma veniva ripensato e la catena di comando ristrutturata. Ora ci doveva essere un secondo Shuttle sempre pronto alla partenza, per andare eventualmente in soccorso di una navicella bloccata in orbita da uno scudo danneggiato. I costi del programma erano lievitati incredibilmente rispetto alle speranze progettuali, e l’idea visionaria di una navicella economica e rapidamente riutilizzabile si rivelò irrealizzabile. Dopo il completamento della Stazione Spaziale Internazionale il programma venne infine cancellato nel 2011, avendo esaurito la sua funzione, e i tre orbiter sopravvissuti (Discovery, Endeavour e Atlantis) sono ora esposti nei musei americani.

Questi diciassette astronauti non sono gli unici che vengono ricordati dalla NASA nel suo Giorno della Rimembranza. A loro si aggiungono anche otto astronauti caduti durante l’addestramento o il lavoro di tutti i giorni. I nomi di questi 25 sono riportati sullo Space Mirror Memorial, una scultura-monumento realizzata appositamente nel 1991, e che da allora illumina perennemente i nomi di questi caduti sulla strada del progresso.

Nelle parole del memoriale edificato sul luogo della tragedia di Apollo 1:
“In memoria
Di coloro che fecero il sacrificio ultimo
perché altri potessero raggiungere le stelle”

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